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Caporalato digitale
Negli ultimi anni il mondo del lavoro è attraversato da una trasformazione profonda, spesso raccontata come inevitabile progresso tecnologico. Ma dietro la retorica dell’innovazione si sta affermando una nuova forma di sfruttamento, più silenziosa e meno visibile: il caporalato digitale.
Non ha più il volto del caporale tradizionale.
Non urla, non minaccia apertamente.
Decide attraverso un algoritmo.
È un sistema che assegna turni, valuta prestazioni, determina compensi e tempi di lavoro senza mai assumersi responsabilità dirette. Un “manager invisibile” che governa il lavoro attraverso piattaforme digitali, scaricando il rischio economico e sociale interamente sui lavoratori.
Dall’innovazione alla regressione dei diritti
In questo modello il lavoratore non contratta.
Accetta.
Accetta turni imposti, paghe variabili, tempi di lavoro frammentati, penalizzazioni automatiche. Non per scelta, ma per necessità. È qui che la tecnologia smette di essere strumento di progresso e diventa meccanismo di regressione dei diritti.
Il caporalato digitale rappresenta uno dei tratti più evidenti di quella che CONFIAL definisce da tempo una globalizzazione disumana, dove l’efficienza viene anteposta alla dignità e il profitto alla persona.
Non siamo davanti a una modernizzazione del lavoro, ma a una sua deregolamentazione mascherata.
Il nodo della dignità, non solo del salario
Nel dibattito pubblico si continua spesso a indicare il salario minimo legale come soluzione universale. Ma il problema non è fissare una cifra. Il problema è ristabilire un principio.
L’articolo 36 della Costituzione italiana parla chiaro:
la retribuzione deve essere proporzionata e sufficiente a garantire un’esistenza libera e dignitosa.
Questo principio deve tornare a essere il perno attorno a cui ruota la contrattazione collettiva. Non un numero astratto, ma una soglia di dignità reale, misurabile e verificabile.
Le recenti pronunce della Corte di Cassazione, tra cui la sentenza n. 256 del 2025, richiamano indirettamente questo punto: pluralismo sindacale, libertà di rappresentanza e centralità della dignità del lavoro.
Una proposta concreta per fermare il caporalato contrattuale
CONFIAL propone una linea chiara, applicabile e verificabile:
- definire per legge un minimo di dignità del lavoro, ancorato all’art. 36 della Costituzione;
- disapplicare automaticamente i contratti collettivi che scendono sotto quella soglia;
- classificare tali contratti come “pirata” attraverso CNEL e Ministero competente;
- istituire una black list pubblica delle imprese che applicano contratti incompatibili con la dignità del lavoro.
Non è dirigismo.
È igiene del sistema.
Senza regole condivise, il mercato non è libero: è selvaggio.
Le responsabilità della rappresentanza sindacale
C’è un punto che non può più essere eluso.
Una parte della rappresentanza sindacale confederale denuncia lo sfruttamento a parole, ma nei fatti firma contratti che legittimano paghe indegne.
Il settore della vigilanza privata è solo uno degli esempi più evidenti: contratti formalmente nazionali, ma incompatibili con una retribuzione dignitosa.
Qui non siamo più davanti a una mediazione sociale.
Siamo davanti a una deriva istituzionale.
Chi rappresenta il lavoro non può limitarsi a occupare i tavoli. Deve difendere i confini. Sotto una certa soglia non c’è contrattazione: c’è sfruttamento normato.
Governare il cambiamento, non subirlo
La tecnologia non è il problema.
Il problema è a chi serve.
Se l’algoritmo diventa il nuovo caporale, allora:
- lo Stato deve tornare a fare lo Stato;
- il sindacato deve tornare a fare il sindacato;
- la politica deve scegliere da che parte stare.
Un’economia moderna non si misura sulla flessibilità estrema, ma sulla qualità del lavoro che produce.
Senza dignità non c’è sviluppo.
Senza giustizia sociale non c’è innovazione.
Senza regole non c’è mercato.
Il lavoro non è una variabile indipendente.
È il fondamento della democrazia economica.
CONFIAL continuerà a battersi per governare il cambiamento, non per subirlo.
Perché il futuro del lavoro non può essere deciso da un algoritmo senza volto.

