Il diritto di sciopero è una conquista irrinunciabile della democrazia italiana. È lo strumento con cui i lavoratori hanno difeso, nel corso dei decenni, diritti, salari e dignità. Proprio per questo, però, lo sciopero va esercitato con responsabilità, equilibrio e rispetto per la collettività. Non è un gesto neutro: ha conseguenze concrete sulla vita delle persone e sull’organizzazione della società. Per questo dovrebbe essere usato come ultima risorsa e non come leva politica o come megafono identitario.

Lo sciopero generale del 12 dicembre si inserisce in una dinamica diversa. Più che un’azione rivolta a ottenere risultati per chi lavora, appare come un’iniziativa orientata a lanciare un segnale politico. Ed è proprio in queste situazioni che il rischio diventa evidente: a pagare il prezzo della protesta non saranno coloro che l’hanno proclamata, bensì i cittadini e i lavoratori più fragili.

Sciopero del 12 dicembre: chi paga davvero il prezzo della protesta

Tra i soggetti maggiormente penalizzati ci sono i pendolari che si spostano per lavoro, gli insegnanti fuori sede che rientrano nelle loro città, i pazienti che dal Sud si recano al Nord per cure mediche programmate, e migliaia di lavoratrici e lavoratori che tengono in piedi la produzione del Paese. Un’intera area sociale che si ritrova ostaggio di uno sciopero “generico”, non sostenuto da una vertenza specifica e non condiviso dalla maggior parte del fronte sindacale.

Non è un dettaglio che CISL, UIL e una vasta parte del sindacalismo autonomo abbiano preso le distanze dalla protesta. Si tratta di un fatto politico e sindacale rilevante, che richiama un principio storico: lo sciopero, per essere credibile, deve essere proporzionato, motivato e orientato a obiettivi concreti.

La lezione dei grandi leader sindacali: lo sciopero non è mai un atto ideologico

È questa la lezione lasciata dai grandi leader del sindacato italiano: Pastore, Buozzi, Di Vittorio, Lama, Trentin, Carniti, Benvenuto. Figure che hanno sempre difeso il diritto di sciopero, ma che si sono opposte con fermezza all’uso distorto e politico della protesta. Per loro, l’astensione dal lavoro era un atto tecnico, non ideologico; uno strumento da usare per migliorare le condizioni materiali dei lavoratori, non per lanciare messaggi generici o per alimentare tensioni non strettamente connesse al mondo produttivo.

Oggi il rischio è quello di vedere un sindacato che guarda più alla politica che ai lavoratori. Quando un’organizzazione sindacale perde iscritti, firma contratti al ribasso in comparti delicati — come quello della vigilanza privata, dove ancora si lavora a 7 euro l’ora — e tace di fronte ad aggressioni interne, diventa legittimo chiedersi se la protesta del 12 dicembre sia davvero un’azione in difesa del lavoro o piuttosto un’operazione politica personale.

La piazza non basta: perché la partecipazione non è un indicatore di qualità

In questo contesto, la partecipazione alla piazza non può essere considerata un metro di valutazione sufficiente. È evidente che una sigla dotata di milioni di pensionati iscritti, centinaia di migliaia di delegati e un apparato radicato sul territorio riuscirà a portare persone in manifestazione. Ma i numeri non bastano a dare significato a uno sciopero. La storia sindacale lo insegna: una mobilitazione deve essere costruita, non solo convocata.

L’Italia oggi vive una fase che richiede visione, investimenti, infrastrutture, politiche attive e continuità produttiva. Il mondo del lavoro sta cambiando rapidamente, spinto da innovazioni tecnologiche e digitali che impongono nuovi modelli contrattuali e nuove forme di rappresentanza. In questo scenario, lo sciopero dovrebbe essere uno strumento calibrato e responsabile, capace di aprire soluzioni, non di produrre ulteriori divisioni.

Per un sindacato moderno: negoziare, includere, innovare

Un Paese che vuole crescere ha bisogno di un sindacato moderno, capace di negoziare, includere, innovare. Ha bisogno di un movimento sindacale che unisce, non che crea fratture; che costruisce, non che paralizza; che forma e accompagna i lavoratori, non che li espone a sacrifici senza prospettive concrete.

Il rischio vero non è la protesta in sé, ma la perdita di credibilità di uno strumento che appartiene alla Costituzione e alla storia civile del Paese. Come i ghiacciai che sembrano eterni ma possono sciogliersi, anche il valore dello sciopero può erodersi se utilizzato senza rigore, senza misura e senza rispetto per la collettività che ne subisce le conseguenze.

Difendere il diritto di sciopero significa proteggerlo dagli usi impropri

Il diritto di sciopero è sacro. Proprio per questo va protetto — soprattutto da chi lo usa. Serve responsabilità. Serve visione. Serve un sindacato capace di essere protagonista del futuro del lavoro, non prigioniero di logiche politiche o identitarie.

L’Italia ha bisogno di scelte mature, non di mobilitazioni rituali. Ha bisogno di coesione, non di divisioni. Ha bisogno di uno sciopero che torni a essere ciò che è sempre stato: uno strumento per migliorare la vita di chi lavora, non un palco di visibilità per chi lo proclama.

CONF.I.A.L.