La Calabria registra un’incidenza dell’irregolarità del 17,9%, contro il 10% nazionale. Nel Mezzogiorno quasi 980 mila occupati irregolari. Di Iacovo, Marino e Ballistreri: «Far emergere il lavoro significa recuperare diritti e costruire sviluppo»
Oltre 111 mila occupati irregolari in Calabria e quasi un milione nell’intero Mezzogiorno. Numeri che raccontano non soltanto una parte dell’economia che sfugge alla piena regolarità, ma soprattutto un problema di diritti, contribuzione, concorrenza e sviluppo territoriale.
È il quadro che emerge dal focus Calabria realizzato dall’ISL CONFIAL – Istituto Studi sul Lavoro, diretto dal professor Maurizio Ballistreri, sulla base dei dati territoriali ISTAT relativi al 2023 e del più recente aggiornamento nazionale sull’economia non osservata.
L’analisi è stata elaborata da Benedetto Di Iacovo, Segretario Generale CONF.I.A.L., dal professor Domenico Marino, docente di Economia, e dal professor Maurizio Ballistreri, docente di Diritto del lavoro e componente del Comitato scientifico ISL.
Il dato più significativo riguarda proprio la Calabria: secondo il focus, il 17,9% degli occupati risulta irregolare, pari a 111.300 persone, contro una media nazionale del 10%.
Calabria prima per incidenza dell’irregolarità
La dimensione del fenomeno emerge con ancora maggiore evidenza dal confronto territoriale.
Il tasso indicato per la Calabria, pari al 17,9%, supera quello delle altre grandi regioni meridionali considerate nel focus: Campania 14,4%, Sicilia 14% e Puglia 13,1%.
Nel complesso del Mezzogiorno, gli occupati irregolari risultano 979.500, mentre il valore aggiunto generato dal lavoro irregolare raggiunge 27,5 miliardi di euro.
Per la sola Calabria, il focus ISL CONFIAL quantifica in circa 2,9 miliardi di euro il valore aggiunto prodotto dal lavoro irregolare, corrispondente all’8,3% del valore aggiunto regionale.
Quest’ultimo dato trova riscontro nei Conti economici territoriali ISTAT: nel 2023 la Calabria presenta la più alta incidenza regionale del valore aggiunto generato dal lavoro irregolare, pari all’8,3%, a fronte del 4% nazionale. Istat
Di Iacovo: «Dietro questi numeri ci sono persone»
Per CONF.I.A.L., leggere il fenomeno soltanto attraverso le cifre rischia però di nasconderne la dimensione sociale.
«Dietro questi numeri ci sono persone il cui lavoro non trova pieno riconoscimento nelle retribuzioni, nei contributi e nelle tutele. L’irregolarità impoverisce il futuro dei lavoratori e delle loro famiglie, penalizza le imprese corrette e indebolisce lo sviluppo dei territori. L’emersione deve diventare una priorità economica e sociale».
È il commento di Benedetto Di Iacovo, che richiama l’attenzione sulle conseguenze che il lavoro irregolare produce sia per chi lavora sia per il tessuto economico.
Un’impresa che rispetta contratti, contribuzione, sicurezza e obblighi fiscali, sottolinea la Confederazione, non può essere costretta a competere con chi riduce i propri costi attraverso l’irregolarità.
Il dato nazionale 2024: cresce ancora il lavoro irregolare
Il quadro territoriale utilizzato dal focus si riferisce al 2023, ultimo anno per il quale sono disponibili i dati regionali definitivi utilizzati nell’analisi.
Il nuovo rapporto ISTAT, pubblicato il 16 ottobre 2026, consente però di osservare ciò che è avvenuto successivamente a livello nazionale.
Nel 2024 le unità di lavoro irregolari hanno raggiunto circa 3 milioni e 277 mila, oltre 145 mila in più rispetto al 2023. L’economia sommersa, al netto delle attività illegali, vale 198,4 miliardi di euro. Istat
Un elemento merita particolare attenzione: mentre l’incidenza complessiva dell’economia non osservata sul PIL è scesa dal 10,2% al 9,9%, il valore aggiunto generato dall’impiego di lavoro irregolare è aumentato del 3,9%, circa 3,1 miliardi in più rispetto all’anno precedente. Istat
Anche le unità di lavoro irregolari sono cresciute più rapidamente di quelle regolari: +4,6% contro +1,6% nel 2024. Istat
«Non attribuire alla Calabria incrementi che i dati non consentono ancora di misurare»
Su questo aspetto Di Iacovo, Marino e Ballistreri invitano a leggere correttamente le statistiche.
«Il calo dell’incidenza dell’economia non osservata sul PIL non deve farci sottovalutare l’aumento del lavoro irregolare. Il segnale nazionale richiede attenzione anche nel Mezzogiorno, senza attribuire ai territori incrementi che i dati regionali disponibili non consentono ancora di misurare».
La distinzione è importante: i nuovi numeri del 2024 descrivono l’andamento nazionale, mentre per valutare l’evoluzione specifica della Calabria occorrerà attendere dati territoriali comparabili.
Nel 2023, a livello nazionale, le unità di lavoro irregolari erano 3 milioni e 132 mila. Istat
CONF.I.A.L.: un Patto per l’emersione e la qualità del lavoro
Per la Confederazione, la risposta deve andare oltre il solo rafforzamento dei controlli.
CONF.I.A.L. propone un vero Patto per l’emersione e la qualità del lavoro, coinvolgendo istituzioni, tutte le organizzazioni sindacali e le associazioni datoriali.
L’obiettivo è mettere insieme controlli coordinati, tutela dei lavoratori che denunciano situazioni irregolari, accompagnamento delle imprese verso la regolarizzazione e incentivi realmente collegati alla qualità dell’occupazione.
Sicurezza, applicazione dei contratti, contribuzione e regolarità dei rapporti di lavoro dovrebbero diventare, secondo l’Istituto, parametri centrali anche nella valutazione delle politiche pubbliche di sostegno allo sviluppo.
Alla Regione Calabria la richiesta di un confronto operativo
Da qui arriva una proposta precisa rivolta alla Regione Calabria.
«Chiediamo alla Regione Calabria di promuovere un confronto operativo, con obiettivi verificabili e un monitoraggio periodico dei risultati», afferma Di Iacovo.
Per CONF.I.A.L., gli effetti delle politiche di sviluppo non dovrebbero essere misurati soltanto attraverso la quantità degli investimenti attivati, ma anche attraverso indicatori capaci di mostrare quanti rapporti di lavoro vengono regolarizzati, quanta contribuzione viene recuperata e quanta occupazione stabile viene effettivamente prodotta.
Il contrasto al sommerso diventa così parte integrante della politica di sviluppo.
Far emergere il lavoro significa creare sviluppo
Il tema riguarda anche il futuro del Mezzogiorno.
Se una quota rilevante del lavoro resta fuori dalla piena regolarità, i lavoratori perdono tutele e contribuzione, le imprese corrette subiscono una concorrenza distorta e il territorio dispone di meno risorse per finanziare servizi e sviluppo.
Per questo CONF.I.A.L. e ISL indicano nell’emersione non soltanto una questione di legalità, ma una vera politica economica.
«La Calabria e il Mezzogiorno hanno bisogno di investimenti e imprese capaci di crescere valorizzando il lavoro», conclude Di Iacovo.
«Far emergere il lavoro significa restituire diritti alle persone, forza alle imprese sane e risorse alle comunità. È su questa qualità dello sviluppo che dobbiamo costruire il futuro del Sud».
Il focus dell’ISL CONFIAL mette così al centro una questione destinata a pesare sul futuro della regione: trasformare il lavoro che oggi rimane nell’ombra in occupazione regolare, tutelata e capace di produrre sviluppo duraturo.
Fonte statistica nazionale e territoriale: ISTAT – Economia non osservata nei conti nazionali 2021-2024; ISTAT – Conti economici territoriali.

