Calabria, giovani e lavoro: CONFIAL propone un Patto per il buon lavoro e il capitale umano
Dall’analisi dell’ISL CONF.I.A.L. emerge una Calabria stretta tra emigrazione giovanile, difficoltà nell’attrarre nuove competenze e peso dell’economia sommersa. Di Iacovo: «Non dobbiamo chiedere ai giovani soltanto di restare, dobbiamo creare le condizioni perché possano scegliere di farlo».
Dopo aver analizzato il paradosso nazionale di un’Italia nella quale le imprese faticano a trovare lavoratori e competenze mentre migliaia di giovani continuano a lasciare il Paese, l’ISL CONF.I.A.L. – Istituto Studi sul Lavoro concentra l’attenzione sulla Calabria.
La fotografia che emerge mette in relazione fenomeni che non possono più essere affrontati separatamente: emigrazione giovanile, qualità del lavoro, economia sommersa, capacità di attrarre capitale umano e prospettive di sviluppo.
Il doppio esodo dei giovani
Il problema calabrese non riguarda soltanto l’emigrazione verso l’estero.
La regione perde giovani anche verso le aree economicamente più forti del Paese.
Nel biennio 2023-2024 quasi 109 mila giovani meridionali si sono trasferiti al Centro-Nord, mentre soltanto 33 mila hanno percorso la direzione opposta: un saldo negativo di circa 76 mila giovani in appena due anni.
La Calabria, insieme al Molise, registra inoltre un tasso migratorio complessivo inferiore a -22 per mille.
Ancora più significativo il rapporto con i principali Paesi avanzati: per ogni giovane che da questi Paesi sceglie la Calabria, 30 giovani calabresi compiono il percorso inverso.
Per CONF.I.A.L., però, parlare semplicemente di “fuga dei cervelli” rischia di non cogliere pienamente il problema.
La mobilità dei giovani rappresenta anche libertà, crescita ed esperienza.
La vera criticità è la scarsa capacità del territorio di attrarre nuove competenze, favorire i rientri e creare condizioni sufficientemente competitive perché restare possa essere una scelta.
30,5 miliardi di capitale umano
L’analisi richiama anche il valore economico del capitale umano perduto.
Il saldo negativo attribuito alla Calabria raggiunge 30,5 miliardi di euro, pari al 76,2% del PIL regionale assunto come riferimento nell’elaborazione.
Un dato che non rappresenta denaro materialmente uscito dalle casse regionali, ma una valorizzazione economica del capitale umano trasferito attraverso le migrazioni.
Quando un giovane cresce e si forma in Calabria per poi costruire stabilmente altrove il proprio percorso professionale, infatti, porta con sé competenze e una futura capacità di produrre reddito, consumare, innovare e contribuire allo sviluppo.
Il peso del lavoro sommerso
Alla perdita di capitale umano si affianca un’altra questione strutturale.
Secondo il quadro richiamato nell’analisi, la Calabria presenta un’incidenza dell’economia non osservata pari a circa il 19% del valore aggiunto regionale, mentre la componente legata all’impiego di lavoro irregolare rappresenta l’8,3%, contro una media nazionale del 4%.
Nel 2023 le unità di lavoro irregolari risultavano circa 147 mila, rispetto alle circa 210 mila del 2004.
La riduzione registrata nel lungo periodo è significativa e dimostra che intervenire è possibile, ma la dimensione del fenomeno resta rilevante.
Non basta creare posti di lavoro
È da questi numeri che nasce il punto centrale della riflessione di CONF.I.A.L.: non basta aumentare l’occupazione. Occorre aumentare il buon lavoro.
Lavoro regolare, sicuro, adeguatamente retribuito e capace di valorizzare competenze e professionalità.
Un lavoro che permetta alle persone di costruire autonomia e un progetto di vita.
Altrimenti può verificarsi un paradosso: l’occupazione aumenta mentre i giovani continuano a partire.
La lotta al sommerso assume, inoltre, una doppia funzione.
Tutela il lavoratore e contemporaneamente protegge le imprese sane dalla concorrenza sleale di chi riduce i costi attraverso l’irregolarità.
«Il lavoro nero sfrutta il lavoratore e fa concorrenza sleale all’impresa sana», è il principio ribadito nell’analisi.
La proposta: un Patto calabrese per il buon lavoro
CONF.I.A.L. propone quindi la costruzione di un Patto calabrese per il buon lavoro e il capitale umano, da sviluppare insieme al governo regionale e alle realtà sociali effettivamente presenti sul territorio.
Regione, organizzazioni sindacali, sistema delle imprese, università, formazione e istituzioni locali dovrebbero essere coinvolti in una strategia comune.
Non un nuovo tavolo fine a se stesso, ma un Patto i cui risultati possano essere verificati attraverso indicatori precisi: riduzione del lavoro irregolare, crescita dei salari e della qualità occupazionale, aumento dell’occupazione qualificata, giovani rientrati, giovani attratti dall’esterno e imprese che investono in innovazione e competenze.
La direzione indicata è netta:
«Trasformare il lavoro da ragione per partire in ragione per restare, tornare o arrivare».
La Calabria, secondo l’analisi, non è condannata allo spopolamento.
Ma occorre collegare legalità, salari, formazione, innovazione, infrastrutture e politiche industriali all’interno di un’unica strategia di sviluppo.
Perché quando un giovane lascia definitivamente un territorio non viene perso soltanto un residente.
Viene persa una parte del capitale umano con cui costruire la Calabria dei prossimi vent’anni.
Benedetto Di Iacovo
Segretario Generale CONF.I.A.L.
Maurizio Ballistreri
Responsabile ISL CONF.I.A.L. – Istituto Studi sul Lavoro

