Benedetto Di Iacovo propone un nuovo modello di partecipazione economica: incrementi di produttività certificati, condivisione dei risultati con i lavoratori e fiscalità strutturalmente agevolata. Una questione destinata a diventare ancora più centrale con intelligenza artificiale e automazione.
L’Italia ha bisogno di maggiore produttività.
È una necessità che riguarda la competitività delle imprese, la capacità di attrarre investimenti, la crescita economica e, nel lungo periodo, anche la possibilità di sostenere salari e occupazione.
Per Benedetto Di Iacovo, Segretario Generale CONF.I.A.L., tuttavia, alla discussione sulla produttività manca troppo spesso una seconda domanda: quando un’impresa riesce effettivamente a produrre maggiore valore, come devono essere distribuiti i benefici di quella crescita?
Produttività e lavoro: superare una logica a senso unico
Il capitale investe risorse e assume il rischio d’impresa.
È un principio che, secondo CONF.I.A.L., deve essere pienamente riconosciuto.
Allo stesso tempo, però, il lavoratore contribuisce ai risultati aziendali attraverso competenze, professionalità, esperienza, capacità di adattamento e partecipazione ai processi di innovazione e riorganizzazione.
Se capitale e lavoro partecipano entrambi alla creazione del valore, occorre quindi costruire un sistema nel quale entrambi possano beneficiare della sua crescita.
«Non possiamo continuare a concepire la produttività come un obiettivo collettivo quando bisogna produrla e come un risultato prevalentemente dell’impresa quando bisogna distribuirne i benefici», sostiene Di Iacovo.
Dalla partecipazione dei lavoratori a un vero diritto economico
La legge n. 76 del 2025 ha rappresentato, nella riflessione del Segretario Generale CONF.I.A.L., un passaggio importante, riportando al centro del dibattito il principio della partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale, ai profitti e ai risultati delle imprese, in attuazione dell’articolo 46 della Costituzione.
Per CONF.I.A.L., però, questo deve rappresentare l’inizio di un percorso.
La partecipazione economica non dovrebbe dipendere esclusivamente dalla decisione discrezionale dell’impresa.
L’obiettivo proposto è costruire un modello nel quale, in presenza di incrementi effettivi e documentabili di produttività, redditività, qualità o efficienza, una parte del maggior valore prodotto venga destinata ai lavoratori che hanno contribuito a determinarlo.
«Produttività certificata, partecipazione garantita»
Il principio indicato da Di Iacovo può essere sintetizzato in una formula: produttività certificata, partecipazione garantita.
Non si tratterebbe di distribuire risultati inesistenti o di introdurre automatismi indipendenti dall’andamento dell’impresa.
Al contrario, il sistema dovrebbe essere costruito su indicatori definiti preventivamente, risultati misurabili, bilanci trasparenti e meccanismi indipendenti di verifica.
La contrattazione collettiva potrebbe stabilire criteri, soglie, indicatori e modalità di distribuzione in funzione delle caratteristiche dei diversi settori produttivi.
Una volta accertato un incremento reale, tuttavia, una quota predeterminata del maggior risultato dovrebbe essere destinata ai lavoratori.
Non come liberalità aziendale o premio deciso unilateralmente a posteriori, ma come forma regolata e contrattata di partecipazione economica.
Fiscalità agevolata per condividere la nuova ricchezza
CONF.I.A.L. propone anche un secondo intervento.
Le somme riconosciute ai lavoratori come partecipazione agli incrementi certificati di produttività e agli utili dovrebbero beneficiare di una fiscalità strutturalmente agevolata, distinguendole dalla normale componente salariale.
La logica sarebbe quella di costruire un equilibrio tra tre soggetti.
Lo Stato rinuncia a una parte del prelievo fiscale, l’impresa condivide una quota della nuova ricchezza effettivamente prodotta e il lavoratore riceve un beneficio economico concreto collegato al risultato raggiunto.
Una scelta che, secondo Di Iacovo, non dovrebbe dipendere dalle decisioni assunte anno per anno con le singole leggi di bilancio, ma diventare parte stabile del sistema delle relazioni industriali.
Intelligenza artificiale: chi beneficerà del dividendo di produttività?
Il tema assume una rilevanza ancora maggiore di fronte alla diffusione dell’intelligenza artificiale, dell’automazione e della digitalizzazione.
Se una nuova tecnologia permette alla stessa organizzazione di produrre maggiori quantità, in meno tempo e con maggiore efficienza, nasce inevitabilmente una questione distributiva.
Dove finirà il cosiddetto dividendo di produttività?
Sarà interamente assorbito dal capitale?
Una parte sarà destinata ai lavoratori?
Potrà essere utilizzato anche per ridurre progressivamente il tempo di lavoro mantenendo invariata la retribuzione?
Sono interrogativi destinati a diventare centrali nelle relazioni industriali dei prossimi anni.
Per CONF.I.A.L. la risposta non può essere quella di ostacolare l’innovazione.
L’innovazione deve essere governata, facendo in modo che produca contemporaneamente crescita dell’impresa e maggiore benessere per chi lavora.
Una nuova alleanza tra capitale e lavoro
La proposta non viene presentata in contrapposizione alle imprese.
Al contrario, secondo Di Iacovo, un lavoratore consapevole di poter partecipare concretamente ai risultati aziendali avrà un interesse ancora maggiore verso produttività, qualità, innovazione e crescita dell’impresa.
Si tratta quindi di superare una concezione delle relazioni industriali nella quale capitale e lavoro vengono necessariamente collocati su fronti opposti.
L’impresa deve poter guadagnare, investire e crescere.
Ma quando quella crescita deriva anche dal contributo dei lavoratori, una parte del valore aggiuntivo dovrebbe tornare al lavoro.
La produttività come nuovo patto
È su questa base che CONF.I.A.L. propone di aprire una nuova stagione delle relazioni industriali italiane.
Non redistribuire una ricchezza che non esiste, ma produrre insieme maggiore valore e stabilire preventivamente come condividerne una parte.
La produttività smetterebbe così di essere percepita soltanto come una richiesta rivolta al lavoratore e diventerebbe un vero patto.
L’impresa investe.
Il lavoratore partecipa.
La produttività cresce.
Il risultato viene certificato.
E una parte del nuovo valore viene condivisa.
Per Benedetto Di Iacovo questa può rappresentare una delle fondamenta di un nuovo modello italiano di relazioni industriali, partendo da un principio preciso: il lavoro non è soltanto un costo nel bilancio dell’impresa, ma uno dei soggetti che contribuiscono a creare valore e che, quando quel valore cresce, devono poter partecipare concretamente ai risultati.

