Di Iacovo: «Detassare aumenti contrattuali, tredicesime e TFR nel pubblico e nel privato. Chi paga alla fonte non può continuare a sostenere anche il peso dell’evasione». CONF.I.A.L. rilancia la proposta di una riforma capace di impedire che l’inflazione trasformi il recupero del potere d’acquisto in maggiore prelievo fiscale.
Il salario aumenta sulla carta, ma il lavoratore non diventa necessariamente più ricco. E una parte dell’incremento ottenuto attraverso il rinnovo del contratto può trasformarsi in maggiori imposte.
È il meccanismo del fiscal drag, o drenaggio fiscale, che torna al centro del dibattito economico mentre si avvicina la definizione della prossima manovra.
CONF.I.A.L. interviene sul tema collegandolo alla questione della lealtà fiscale già sollevata dalla Confederazione: lavoratori dipendenti e pensionati, i cui redditi sono conosciuti dal fisco e assoggettati al prelievo alla fonte, non possono essere chiamati a sostenere un peso crescente mentre una parte dell’economia continua a rimanere sommersa.
Fiscal drag: fino a 12,74 miliardi nel biennio
Le nuove simulazioni elaborate dagli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, aggiornate sulla base delle previsioni di giugno della Banca d’Italia, stimano nello scenario centrale per il biennio 2026-2027 un fiscal drag pari a 8,1 miliardi di euro.
Di questi, circa 6 miliardi graverebbero sui lavoratori dipendenti e 2 miliardi sui pensionati.
Con un’inflazione cumulata più elevata, il maggiore prelievo salirebbe a 9,35 miliardi; nello scenario più severo, con un incremento dei prezzi dell’8,2%, raggiungerebbe 12,74 miliardi, di cui circa 9 miliardi a carico dei lavoratori e quasi 4 dei pensionati. Sky TG24
Il meccanismo è relativamente semplice: stipendi e pensioni aumentano nominalmente per cercare di compensare l’aumento dei prezzi, mentre scaglioni, soglie e detrazioni fiscali non vengono adeguati nella stessa misura.
Il reddito nominale cresce, quindi, senza un equivalente incremento del potere d’acquisto reale. Il contribuente può però trovarsi a versare più IRPEF o a beneficiare di minori detrazioni.
35.000 euro di reddito: fino a 1.138 euro in più
Un esempio rende immediatamente comprensibile il fenomeno.
Una simulazione pubblicata dal Corriere della Sera mostra che un lavoratore con 35.000 euro di imponibile, nell’ipotesi considerata, potrebbe subire circa 443 euro di fiscal drag nel 2026 e 695 euro nel 2027, per un totale di circa 1.138 euro nel biennio. Corriere della Sera
Non significa che quel lavoratore sia diventato realmente più ricco.
Se l’aumento del reddito serve a compensare l’aumento dei prezzi, la sua capacità di acquisto può infatti rimanere sostanzialmente invariata mentre cresce il prelievo fiscale.
È questo il punto sul quale interviene Benedetto Di Iacovo, Segretario Generale CONF.I.A.L.
«Il lavoratore aspetta il rinnovo e poi il fisco assorbe parte dell’aumento»
Per CONF.I.A.L. si determina un paradosso particolarmente evidente nel caso dei rinnovi dei contratti collettivi.
Il lavoratore può attendere anni per ottenere il rinnovo, subendo nel frattempo la perdita di potere d’acquisto provocata dall’inflazione.
Quando finalmente arriva l’incremento retributivo, una parte del recupero può essere assorbita dal maggiore prelievo.
«Il sindacato contratta, l’amministrazione pubblica o l’impresa privata sostengono il costo dell’aumento e il lavoratore dovrebbe recuperare almeno una parte del potere d’acquisto perduto. Non è accettabile che una quota crescente del risultato contrattuale venga poi assorbita dal fisco», sostiene Di Iacovo.
CONF.I.A.L. precisa di non mettere in discussione il principio costituzionale della progressività fiscale. La richiesta è invece quella di impedire che aumenti esclusivamente nominali, determinati dall’inflazione, vengano trattati come se rappresentassero automaticamente un incremento reale della capacità contributiva.
Detassare gli aumenti derivanti dai rinnovi contrattuali
La prima proposta della Confederazione riguarda quindi la detassazione strutturale degli aumenti economici derivanti dai rinnovi dei contratti collettivi, sia nel settore pubblico sia in quello privato.
Per CONF.I.A.L. questo permetterebbe di restituire maggiore efficacia alla contrattazione salariale: una parte più consistente dell’incremento negoziato arriverebbe effettivamente nella disponibilità del lavoratore.
La Confederazione propone inoltre una tassazione fortemente agevolata della tredicesima, estesa alle quattordicesime nei settori nei quali sono previste.
TFR e arretrati: «Non penalizzare due volte il lavoratore»
Un’altra proposta riguarda il Trattamento di Fine Rapporto.
CONF.I.A.L. chiede una revisione radicale della sua tassazione, partendo dalla natura del TFR quale salario differito accumulato nel corso del rapporto di lavoro.
Analogo ragionamento viene applicato agli arretrati contrattuali.
Secondo la Confederazione, i ritardi nei rinnovi non devono produrre un’ulteriore penalizzazione fiscale per il lavoratore. Da qui la proposta di una tassazione agevolata e separata delle somme corrisposte a titolo di arretrato.
Indicizzare il sistema fiscale all’inflazione
Per intervenire direttamente sulle cause del fiscal drag, CONF.I.A.L. propone inoltre di valutare un meccanismo di indicizzazione periodica all’inflazione di scaglioni, soglie e detrazioni IRPEF.
L’obiettivo sarebbe impedire che l’aumento puramente nominale dei redditi produca automaticamente un incremento del carico fiscale reale.
La stessa esigenza viene posta per le pensioni, chiedendo strumenti capaci di neutralizzare il drenaggio fiscale sugli adeguamenti destinati a compensare l’aumento del costo della vita.
CONF.I.A.L. chiede inoltre di affrontare gli effetti prodotti dalle addizionali regionali e comunali e di introdurre una certificazione annuale pubblica delle maggiori entrate generate dal fiscal drag, accompagnata da meccanismi di eventuale restituzione ai contribuenti attraverso conguagli o dichiarazioni dei redditi.
Fiscal drag ed economia sommersa: due facce della questione fiscale
La proposta si collega direttamente alla battaglia della Confederazione contro economia sommersa e lavoro irregolare.
Secondo gli ultimi dati ISTAT disponibili, nel 2023 l’economia sommersa, escludendo le attività illegali, valeva poco meno di 198 miliardi di euro. Le unità di lavoro irregolari erano 3 milioni e 132 mila. Istat
Il valore aggiunto riconducibile all’utilizzo di lavoro irregolare è inoltre cresciuto dell’11,3% rispetto al 2022, raggiungendo circa 77 miliardi di euro. Istat
Per CONF.I.A.L. il contrasto al sommerso deve quindi procedere parallelamente alla riduzione della pressione sui redditi regolarmente dichiarati.
«Chi paga alla fonte merita uno Stato leale»
«Chi paga alla fonte merita uno Stato leale», afferma Benedetto Di Iacovo.
«Non è accettabile che un lavoratore debba prima attendere e lottare per il rinnovo del contratto e poi scoprire che una parte dell’aumento necessario a recuperare l’inflazione è stata incamerata dal fisco».
«Bisogna cominciare dalla detassazione degli aumenti contrattuali, delle tredicesime e del TFR, nel pubblico come nel privato, accompagnandola con una lotta feroce all’evasione e all’economia sommersa. Il recupero del potere d’acquisto non è nuova ricchezza e, come tale, non deve essere tassato».
Restituire valore alla contrattazione
Per CONF.I.A.L., quindi, non è sufficiente intervenire occasionalmente sulle aliquote o modificare singoli scaglioni.
L’obiettivo deve essere strutturale: evitare che l’inflazione produca automaticamente maggiore prelievo sui redditi certi, vanificando almeno in parte gli aumenti ottenuti attraverso la contrattazione.
La questione riguarda anche l’economia nel suo complesso.
Un maggiore reddito disponibile può sostenere i consumi; consumi più solidi possono sostenere l’attività delle imprese; crescita, investimenti e produttività possono a loro volta creare condizioni migliori per nuova occupazione e salari.
Fermare il fiscal drag significa quindi, nella proposta CONF.I.A.L., proteggere il potere d’acquisto, restituire valore alla contrattazione e rafforzare il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni.
Perché chi vede ogni mese imposte e contributi trattenuti direttamente dalla propria busta paga o dalla propria pensione deve poter contare su un principio altrettanto semplice: l’inflazione non può diventare una tassa invisibile sul lavoro.

